San Giuseppe – Mezzojuso

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San Giuseppe patrono Mezzojuso-rito latino

Mezzojuso è ricco di tradizioni, sia religiose che laiche, condivise dagli abitanti di entrambi i culti. Le festività in onore di San Giuseppe sono molto seguite sia dai mezzojusari di rito latino, dei quali il Santo è il protettore, che da quelli di rito greco-bizantino, per i quali, il protettore è San Nicola di Mira. Le festività si svolgono nel mese di marzo e nel mese di settembre.

Secondo la tradizione, per le feste dei due patroni,  vengono preparati i “panuzza, piccoli “pani” (del diametro di circa 5 centimetri) realizzati dalle massaie utilizzando rudimentali arnesi e cotti in modo che risultino più duri di quelli normali. Con antichi punzoni di legno vengono impressi a rilievo i simboli e l’effigie del santo. Dopo essere stati spennellati d’uovo, alla cottura acquistano il colore dell’oro antico. Mani esperte e capaci modellano la docile pasta per dare luce e linguaggio a veri capolavori d’arte che riproducono i simboli del santo falegname.

La vigilia di San Giuseppe i “pani” vengono esposti per essere ammirati.  Un trionfo di forme dorate che dà il senso dell’abbondanza dei frutti della terra simbolicamente offerti a dio.

Al tramonto, nella chiesa madre dell’Annunziata le mistiche e sommesse litanie dei fedeli preludono alla celebrazione liturgica del “transito” (localmente chiamata  “li tocchi di San Giuseppe”).

Dopo il “transito” e la veglia notturna, a mezzogiorno del 19 marzo, l’atmosfera cambia.

Tutto il paese si ritrova in piazza, dove è stato allestito un altare. Le celebrazioni culminano con la cosiddetta “minestra ri San Giuseppe”, preparata con verdure, legumi e primizie. È l’ultimo atto di una festa che, coincidendo con l’equinozio di primavera, ingloba antichi rituali legati alle fasi più importanti del lavoro sui campi.

Il banchetto collettivo, infatti, come nelle feste di origine contadina, assume un valore propiziatorio volto ad assicurare buoni raccolti.

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I Tocchi ri San Giuseppe

Durante il rito dei tocchi, la cerimonia assume particolari accentuazioni e la ritualità coinvolge tutto il paese. Tra nubi d’incenso e sfarzose decorazioni, a un tratto nel tempio cala un’atmosfera di solenne mestizia. Nove lenti tocchi del campanone, seguiti da altrettanti rulli di tamburo e da nove colpi di mortaio, annunziano il ‘transito’ del patriarca, il passaggio di San Giuseppe da questa, all’altra vita.

Tutto il paese si ferma. Nel silenzio più profondo, in chiesa e fuori, i devoti iniziano a pregare.  Era normale, un tempo, quando ancora il lavoro in campagna veniva svolto con l’aiuto dei muli o dei cavalli,  vedere i contadini che tornavano a casa, dopo una giornata di dura fatica, scendere da cavallo e inginocchiarsi per terra.  Dopo l’ultimo tocco, uno scampanio festoso annunzia la gloria celeste del patriarca, mentre la musica della banda mette fine alla sacra funzione e alla ripresa delle proprie occupazioni.

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